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Associazione Pro Loco Accumoli (RI)

Poesia per Accumoli

Mura antiche
spesse e fortificate
mura di silenzi
lunghi come secoli
che scorrono ignari
sulla pietra corrosa.
L’arenaria
padrona indiscussa
di ogni palazzo
regala alla terra la sabbia del suo passato.

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IL CONVENTO DI S. FRANCESCO IN ACCUMOLI

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Vincenzo Di Flavio

I. Brevi cenni di storia

Secondo la tradizione, il convento di Accumoli fu fondato dallo stesso san Francesco, nel 1210, presso un preesistente oratorio di S. Maria, di proprietà del Comune, dove il Serafico, passando di qui, avrebbe trascorso una notte in preghiera.
Di questi tre elementi della tradizione - fondatore, data e luogo -, la storia conferma solo il terzo, ossia il luogo.
- Non sembra verosimile, infatti, che a fondarlo sia stato lo stesso Francesco: se davvero il Santo avesse fondato tutti i conventi che la tradizione gli attribuisce, più che dedicarsi alla preghiera e alla predicazione, sarebbe stato sempre a bendire e a mettere prime pietre di chiese e conventi.
- Inattendibile è anche la data 1210, anno nel quale avrebbe fondato anche quello di Posta, in quanto incompatibile con l’agenda di s. Franesco, che quell’anno fu a lungo a Roma, per l’approvazione della regola.
Possiamo aggiungere che semmai egli fu di passaggio da queste parti, ciò avvenne non nel 1210, ma tra il 1212 e il 1215, quando potrebbe esservi transitato nel recarsi o nel ritornare da Ascoli, dove fu appunto una prima volta nel ‘12 e una seconda volta nel ‘15.
- Da notare ancora che alla data 1210 Accumoli, nel senso che la intendiamo oggi, ossia come somma di villaggi del suo territorio e quindi come centro di una certa importanza amministrativa e demografica, non esisteva ancora. La sua fondazione sarebbe avvenuta l’anno successivo, nel 1211, che oggi appunto commemoriamo. Perciò a quella data doveva essere una minuscola realtà paesana come tante altre all’intorno, certamente non in grado di garantire la sussistenza a una comunità religiosa che viveva solo di carità.

Per qualche autore il convento risalirebbe più verosimilmente a prima del 1260. Stando però ai documenti, possiamo dire con certezza che esisteva da prima del 1291. Quest’affermazione si basa su una bolla di quell’anno, emanata da Nicolò IV, papa francescano di origine ascolana (e ricordo che Accumoli era allora sotto la diocesi di Ascoli).
Con essa Nicolò IV concesse particolari indulgenze a quanti avessero visitato le chiese dei conventi di Amatrice e di Accumoli in alcune feste e nell’anniversario della loro consacrazione.

Da notare che di solito i papi elargivano simili favori alle chiese e alle comunità religiose di nuova o di recente fondazione, proprio per aiutarle a crescere. Le indulgenze, infatti, avevano un forte richiamo sui fedeli in cerca di perdono dei propri peccati e della remissione della relativa pena da scontare in purgatorio. Perciò andavano numerosi alle chiese indulgenziate, alle quali lasciavano offerte e donativi che servivano a pagare le spese di costruzione, e magari a portarle a termine e ad abbellirle.

Ma la bolla di Nicolò IV del 1291 è preziosa per noi perché conferma la storicità di quel terzo dato della tradizione di cui si è appena detto: ossia il luogo. Vi è scritto, infatti, che dove fu eretto il convento, lì c’era prima la chiesa abbandonata di S. Maria, riedificata dagli accumolesi e donata ai frati:

La chiesa, detta poi di S. Francesco, fu sistemata in forma definitiva circa cento anni dopo, sullo scorcio del XIV secolo, da maestranze abruzzesi operanti in questa fascia di confine. Il che fa pensare a un periodo di floridezza del convento.

Lo ha dimostrato puntualmente Romano Cardella nella sua recentissima Guida di Norcia. L’Autore, dopo aver notato la somiglianza stilistica tra le chiese di S. Francesco di Norcia e di Accumoli, osservando molto da vicino il portale laterale del S. Francesco di Norcia, costruito intorno al 1395, e quello centrale di S. Francesco di Accumoli ha fatto una scoperta molto interessante, ha potuto riscontrare, cioè (e lo può fare chiunque si accosti con occhi scrutatori all’uno o all’altro), che identica è persino la segnatura delle lettere dell’alfabeto (dal basso a destra a, b, c, d ecc.) incise nei conci che incorniciano i fasci delle colonnine di detti portali. Tali lettere dovevano servire per collocare nel posto giusto, segnato dai muratori, le colonnine d’ornamento, segnate a loro volta con lettere corrispondenti. In questo modo le colonnine, preparate da abili scalpellini nella loro bottega o sul posto, mentre si costruiva o in precedenza, potevano essere messe in opera con precisione da chiunque fosse incaricato di farlo.

Nel secolo successivo, tra il 1427 e il 1433, quasi certamente fu ospite in questo convento il grande s. Bernardino da Siena durante il suo giro di predicazione lungo la valle del Tronto. La tradizione vuole che in Accumoli abbia parlato alla gente dal Palazzo del Guasto, che conserva tuttora in bella vista il suo emblema (IHS).

= L’unica notizia importante del secolo XVI riguarda la scelta di campo che il convento fece dopo il 1517, quando papa Leone X sancì la divisione dei francescani in osservanti e conventuali, ponendo fine a una questione interna che si era aperta dopo la morte di s. Francesco. Il convento di Accumoli, con molti altri, scelse di professare la regola dei Conventuali.
Ricordo anche che nell’organizzazione governativa del mondo francescano, diviso in province e custodie, il convento di Accumoli, con altri 5 dell’Abruzzo aquilano, ossia con Amatrice, Cittaducale, Leonessa, Montereale e Posta, fece parte dall’origine della provincia francescana dell’Umbria e della cosiddetta custodia Regni fino all’inizio dell’800, quando furono tutti aggregati a quella abruzzese di S. Bernardino e alla custodia aquilana.

== Nel corso del 1600 il convento fu gravemente danneggiato dalle violente scosse di terremoto dell’ottobre 1639, che devastarono in particolare Amatrice. In un documento del 1641 si legge che il convento di Accumoli ancora si andava

«riparando dalle ruine patite da’ terremoti [del 1639], che l’hanno quasi del tutto demolito».

Non sembra sia stato chiuso nella generale soppressione dei conventini decretata da papa Innocenzo X nel 1652. E comunque se lo fu, ben presto i frati vi tornarono.

== Mezzo secolo dopo, e siamo all’inizio del XVIII, cadde di nuovo in rovina alla prima prima e più catastrofica scossa del famoso terremoto del 1703, come attesta una lapide, che ne documenta anche la rapida ricostruzione per merito e generosità dell’ill.mo accumolese Giovanni Pasqualoni. Un fatto che ben rivela l’affetto e la considerazione per questo convento da parte dei paesani.

 

II. Le ultime vicende

Con la fine di questo secolo entriamo nella seconda parte di questa conversazione e nell’ultimo periodo di storia del convento.
Infatti, dopo quasi cent’anni di vita tranquilla, dall’ultimo scorcio del 1700 in poi il convento fu prima coinvolto e in seguito travolto dagli eventi politici.
Il fatto premonitore del 1798 - Tutto comincia nella tarda estate del 1798, quando si era in timore dei Francesi che stavano per invadere il Sud.
Presentati dalla propaganda di regime come giacobini e miscredenti, nemici di Dio e della religione, sovvertitori dell’ordine costituito e in una parola distruttori dei troni e degli altari.
Il re voleva che ci si preparasse a fronteggiarli e perciò ordinò che in ogni Comune si arruolassero volontari.
Per questo anche in Accumoli era necessario convocare un’assemblea straordinaria, che fu indetta dal Governatore per il 2 settembre e che si tenne, come altre volte in simili emergenze, nel chiostro di S. Francesco.
C’era quasi tutta la popolazione maschile. Accumoli stava tutta dalla parte dei Borboni, ma non mancavano simpatizzanti per i Francesi. Uno di questi, forse per istigazione di alcuni caporioni del paese, più nemici del Governatore che amici dei Francesi, tentò di trasformare l’assemblea in una trappola per lo stesso Governatore, scagliandosi all’improvviso contro di lui al grido di “traditore, giacobino”. Fu un subbuglio generale e il Governatore si salvò da sicura morte rifugiandosi in convento.
Questo fatto di natura squisitamente politica andò in scena, ripeto, nel convento di S. Francesco, che vi si trovò coinvolto suo malgrado, e fu in qualche modo il segno premonitore di tempi peggiori.

Soppressione 1809 - Tempi che non tardarono ad arrivare. I Francesi, infatti, cacciati nel 1799, all’inizio del nuovo secolo scesero di nuovo in Italia. Nel 1806 Napoleone conquistò il Sud e mise sul trono di Napoli il fratello Giuseppe, che nel 1808 sostituì con il suo grande generale Gioacchino Murat. Murat fu un sovrano di grandi vedute, e mise in atto una poderosa opera di riforma e di modernizzazione dello stato. Ma da erede, anche lui, della Rivoluzione francese, nel 1809 soppresse tutti i conventi del Regno, incamerandone i beni. Ne fu vittima anche il convento di Accumoli, come ci racconta in un breve promemoria il prete di Accumoli don Telesforo Pasqualoni, parroco del paese nei primi trent’anni e forse più del 1800. Scriveva dunque don Telesforo:

«1806. Adì 14 febraro s’impadronì il Governo Francese di questo Regno.
1809. Adì 15 ottobre furono abolite dal detto Governo Francese tutte le religioni [ordini religiosi], a riserva [ad eccezione] de Cappuccini e Zoccolanti e monache. In questo convento di S. Francesco passarono ad abitarvi i soldati che venivano di guarnigione colle loro mogli».

Dunque soppresso il convento, i frati dovettero subito sgomberarlo, per lasciare il posto ai militari di presidio in paese e alle loro famiglie. Insomma da convento a caserma.

 

Chiesa - Perso il convento, ora il paese temeva per la chiesa. Ma sentiamo ancora cosa scrive in proposito don Telesforo sotto l’anno «1813».

«1813. Il parroco di S. Pietro d. Telesforo Pasqualoni, temendo che la chiesa di S. Francesco non si chiudesse per ordine del Governo Francese,
come tante altre chiese del Regno erano state chiuse, tolte le campane per l’artiglieria di Napoli, e vendute a sbandimento le suppellettili,
ricorse al re Gioacchino Napoleone I,
ed esponendo che la sua chiesa parrocchiale di S. Pietro aveva bisogno di molti ripari, che le circostanze de tempi non ne permettevano la spesa,
domandò in sussidio la chiesa di S. Francesco per uso di chiesa parrocchiale
e ne ottenne sotto il dì 9 gennaio di detto anno 1813 il seguente decreto:
“Sua Maestà ha ordinato di dovere il parroco di S. Pietro del Comune centrale di Accumoli passare ad esercitare le funzioni parrocchiali nella chiesa di S. Francesco de soppressi conventuali del Comune medesimo”.
Qual decreto poi, sotto il 29 gennaio 1813, fu confermato dalla Curia vescovile, e glie ne fu dato il possesso».

Le campane - Sventata la minaccia della chiusura al culto, un altro pericolo incombeva sulla chiesa di S. Francesco. Continua, infatti, don Telesforo:

«All’epoca di tal decreto [di usare S. Francesco come parrocchiale] si trovavano già in giro i commissari del Governo per togliere e trasportare nell’artiglieria di Napoli tutte le campane de monasteri soppressi,
rilasciandone una sola, a scelta del rettore, in quelle chiese rimaste aperte per ordine del Governo.
Sei mesi dopo il possesso preso della chiesa di S. Francesco, e propriamente il dì 12 luglio di detto anno [1813],
giunse qui uno di detti Commissari coll’accompagno di un campanaro, e fece ostensiva [mostrò] al sindaco, sig. Odoardo Marini, la nota consegnatagli dal Governo e l’ordine di togliere tutte tre le campane dal campanile di S. Francesco.
Chiamato il parroco sudetto [d. Telesforo], come rettore si oppose fortemente alla richiesta del Commissario, che in tutti li modi voleva eseguir li ordini del Governo di calarle e trasportarle tutte e tre.
Si durò molta ed indicibile fatica a persuaderlo di lasciare almeno una campana per l’esercizio della parrocchia, ma finalmente, coll’aiuto di Dio, si piegò e rilasciò una campana a scelta del parroco, che si scelse la più grossa».

Don Telesforo voleva salvare anche la mezzana e la piccola, che già erano state calate a terra. E a questo scopo promosse una raccolta di metallo tra i fedeli, con l’aggiunta di vari oggetti vecchi della chiesa stessa. Alla fine riuscì a riscattare la sola campana piccola, mentre «la mezzana fu rotta in pezzi e trasportata nell’Aquila».

Non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che le campane servivano per fare cannoni. Era un abuso che si praticava da quando si fabbricavano armi da sparo. A Rieti i Francesi smantellarono anche tubature d’acqua e canne d’organo per questo motivo.

 

 

«Vedere il campanile di S. Francesco denudato delle due campane – scrive d. Telesforo - recava un lutto generale nel cuore delli abitanti di Accumoli».

«Per cui – continua - , accesi i giovani da un santo entusiasmo,
si portarono in folla al campanile della chiesa parrocchiale di S. Lorenzo,
che da 18 anni si trovava sospesa e chiusa,
e calarono a terra le due campane che vi erano, quali correvano pericolo di perire o a motivo che il campanile minacciava ruina o per le impertinenze de ragazzi che le facean suonare a via di sassate,
e portandole sulle proprie spalle, le fecero situare nel campanile di S. Francesco».

La reazione dei parrocchiani di S. Lorenzo fu immediata e corale, in particolare di quelli di Tino, che giunsero in Accumoli col parroco in testa. E sarebbe scoppiata la guerra delle campane, se non fossero intervenuti a calmare gli animi il sindaco, lo stesso d. Telesforo e p. Agostino Organtini, ex guardiano di S. Francesco, che sottoscrissero patti molto chiari con i risoluti Tinesi.
Convento – Ma torniamo al convento. Dopo la soppressione del 1809 e la partenza dei frati, che avvenne lo stesso anno, con decreto regio del 29 dicembre 1814, il convento fu devoluto al Comune, che lo adibì a vari usi pubblici e affittò alcuni locali a privati.
L’anno dopo, 1815, finiva l’avventura di Gioacchino Murat (1815), che aveva il sogno di unire l’Italia dal Sud. La corona di Napoli tornò ai Borboni e vi fu la restaurazione. Alcuni conventi riaprirono, ma non quello di Accumoli.
Probabilmente per motivi da attribuire all’ordine. Il mondo francescano, infatti, attraversato da tempo da una crisi interna, aggravata dalle mazzate esterne delle soppressioni, si era impoverito di vocazioni e di mezzi.
Di questo abbandono risentì sia il convento che la chiesa di S. Francesco, che forse già aveva perso la parte più preziosa della sua suppellettile, venduta, come si è detto sopra per altre chiese, «a sbandimento» sotto Murat. Si risollevò alquanto dopo il 1813, quando cominciò a funzionare come parrocchiale. L’uso pian piano le ridiede decoro.

- Nel 1819 d. Telesforo sostituì i vecchi e laceri quadri della Via crucis con altri nuovi, comprati a Roma, abbellì e restaurò con le sue mani l’altare del Rosario, dove pose in venerazione anche un’immagine in carta dell’Addolorata. Ma questo gesto suscitò la gelosia dei confratelli dell’Addolorata in S. Maria della Misericordia. Anche in questo caso si sfiorò la guerra delle confraternite, ma poi tutto si aggiustò e in seguito si faceva a gara per venerare nel miglior modo la Madonna dei sette dolori.

 

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