Mura antiche
spesse e fortificate
mura di silenzi
lunghi come secoli
che scorrono ignari
sulla pietra corrosa.
L’arenaria
padrona indiscussa
di ogni palazzo
regala alla terra la sabbia del suo passato.
- Chi ci ha aiutati....Informazioni...
- CONCORSO DI IDEE ...Informazioni...
- CONCORSO DI IDEE ... Scarica Definizione
- CONCORSO DI IDEE ... Scarica Domanda
Pasteggiata Accumoli-Capodacqua Scarica il pdf
Fiera di S.Martino 14 Novembre
Sagra Fettuccelle alla Trota 14 Agosto 2010
Festa Patronale 2010
Frattanto a Napoli il colera non diminuisce. Lo stato pontificio mette dei cordoni sanitari al confine e applica duramente le regole dando l’ergastolo a quanti le infrangono, che risultano essere poveri diavoli (lanari, pastori, contadini) dei quali il Cappello fa i nomi (fra cui Paolo del Morro dimorante a Terracino, pastore di 16 anni, condannato a 10 anni di carcere) Allo stesso re di Napoli non viene concesso di passare a Roma per andare a Vienna.
C’è da dire che i cordoni sanitari impedivano lo scambio delle merci e delle persone e quindi per i soliti problemi economici, tale impedimento viene avversato con ogni mezzo e si cercano persone che con la loro influenza possono ostacolare tali decisioni.
E’ questo il mondo che si stringe intorno a Cappello preso soltanto dalla sua onestà scientifica ma non il mondo di Folchi o del Conte Primoli che fornito di ampi poteri per far osservare le discipline sanitarie viene inviato a Frosinone ma “con basso intrigo prese una direzione totalmente opposta”. Inoltre le comunicazioni sul colera che dovevano essere portate alla sua conoscenza, venivano passate al Folchi con la complicità del segretario della congregazione di sanità.
Il morbo inizia a Ceprano e M.S.Giovanni e giunge a Roma portato da una donna che si ammala in una locanda. I medici che la visitano e fanno l’autopsie nascondono la verità su pressione del Folchi (facendola passare come gastroenterite) e gli stessi medici che avevano fatto l’autopsia senza alcuna precauzione, tornano agli ospedali S.Spirito e S.Giacomo provocando così il contagio.
Cappello inutilmente si dispera. Quegli stessi medici gli vanno contro come perturbatore della salute pubblica e eccitano il popolo. Così accadono dei fatti inquietanti uno dietro l’altro. Il Cappello viene chiamato a Fiumicino e individua tre casi di colera su una nave. Non potendo tornare a Roma manda un corriere al figlio per avvertire il cardinal Lambruschini del grande pericolo ma il cardinale tratta il figlio malissimo, dicendogli che lui si occupa di alta polizia e non di sanità, “sebbene nel dì innanzi avesse convocato e presieduto un sanitario consiglio”. Nella stessa giornata sempre il figlio, che è sacerdote, sta andando a dire messa e mentre attraversa piazza dei Catinari la gente comincia a gridare: “è il figlio del dottor Cappello carcerato questa mattina in Castel S.Angelo e donami sarà appiccato per averci spaventato che il colera è in Roma e a Fiumicino.”
Tale situazione legata alla confidenza di un suo amico che gli diceva che si doveva rassegnare alla prigionia del padre, provoca nel figlio la ripresa della sua malattia nervosa; e il padre: “divero l’alta polizia non solo nel Diario romano denegava la presenza del colera ma succeduto il mio ritorno da Fiumicino, faceva spargere per Roma, eziandio pel concorso di medica malignità, e per compromettermi, essere il colera nella fantasia del Cappello. Certo si è che in Roma vi furon scommesse che io fossi in prigione e la notizia si scrisse anche nelle provincie. Alcuni amici e parenti mi pregarono di starmi ritirato in casa, io per altro niun caso feci di cotesti avvisi…… il nipote del fu card. Spina mi assicurò che decisa era l’intenzione del Lambruschini di farmi trasportare nel giorno che tornai da Fiumicino in Castel s.Angelo ed il papa era per consentirvi, se non fossero stati i precedenti miei sanitarii servigi”.
E questa sua testimonianza testimonia bene le idee di questo cardinale su di lui.
Il 16 agosto viene fatta la processione da S.Maria Maggiore alla chiesa del Gesù dove intervengono il papa, i cardinali, il clero, il popolo. Come al solito il Cappello fremeva di sdegno “dimodochè Roma che fin qui era stato il modello nell’ordinare le sanitarie discipline, operava ora diametralmente l’opposto: covava anzi ed accoglieva il feral morbo a lietissima festa”… Il morbo si propagò a dismisura. Per tutto il mese di agosto il morbo imperversò”
Il cardinale vicario Odescalchi gli affida la disinfestazione dell’ospizio di s.galla che era lo stabilimento più contaminato in quanto era asilo di tutti i poveri. Il segretario della congregazione così scrive: “la commissione straordinaria di pubblica incolumità che non indarno confidò nella religione e nello zelo che distingue V.S.Eccma nell’affidarle la vigilanza de’ medici delle case di soccorso e delle farmacie nella disgraziata circostanza dell’invasione del colera morbus e che si è veduta così bene da lei corrisposta, ha incaricato il sottoscritto segretario di esprimerle il più deciso gradimento per lo impegno, la sollecitudine e la intelligenza con cui si è ella prestata ad un officio interessante del pari e caritatevole. Adempie lo scrivente a quest’incarico con tanta maggiore alacrità, quanto grande è la soddisfazione che ha egli particolarmente provato nel rilevare in questa circostanza di quanto sia capace il di lei zelo e profitta in pari tempo della opportunità per rimetterle la somma di scudi trenta a titolo soltanto di rimborso della spesa incontrata per la vettura, dappoichè in quanto all’opera ne rimane ella benemerito verso la Commissione e verso la umanità che ne ha risentito i vantaggi….”.
Questo segretario possedeva la lettera originale che il Folchi per ingraziarselo gli aveva dato, scrivendo falsità su quanto avvenuto per il colera. Un giorno si reca nell’ospizio e vedendo nel suo insieme questa grande tragedia, viene preso dal rimorso per ciò che ha consentito e si pente, confessando al Cappello le sue colpe. Il Cappello gli chiede e ottiene questa lettera.
Il colera termina. Gli viene consegnata una medaglia d’oro per l’opera prestata che lui dona a una parente “ma siccome cotesto onore fu comune a persone che fuggirono o si nascosero nel tempo del colera e contribuirono con istudio all’inerzia dell’incolumità…. Così io neppure ringraziai il sig. cardinale e regalai la medaglia ad una mia cognata perché l’attaccasse alla sua corona…” Portare questa medaglia per molti era motivo di onore ma non per Cappello “e non pochi di loro cui pendevano ciondoli anche reputati di maggior considerazione, sarebbero stati meritevoli di catena di ferro ai piedi……. Sembra poi incredibile che al dottor Allega che abbiamo nell’epoca del colera veduto così operoso nel separare in apposito ospedale e nel curare i colerosi ebrei venisse denegata una medaglia d’argento: perché gli offici da esso prestati con tanta alacrità e con felici risultamenti non riguardavano gli ammorbati cristiani!!!” e aggiunge tutta la sua amarezza “il vedere che tante mie cure e fatiche erano andate a vuoto per Roma e pei circonvicini paesi per altrui maligna opera: l’osservare che il governo niuna riparazione di sorta dava alla tradita incolumità pubblica; che operava anzi l’opposto poiché io stesso sperimentava di nuova l’ingratitudine dimostratami nei servigi rendutigili in Ancona: mentre quella medagliuzza era un manifesto oltraggio, dacchè erasi conferita anche a persone meritevoli di punizione…..siccome avevo di proposito e con somma energia contribuito alla salvezza della maggiorità delle provincie. Per le quali cose io mi era proposto una vita del tutto privata senza più partecipare delle pubbliche faccende.”
Incontra il cardinal Gamberini che si dice dispiaciuto di non averlo più visto nelle riunioni “risposi subito che il dispaccio col quale io vi era stato chiamato mirava soprattutto al colera, il quale essendo finito io mi era ritirato” al che il cardinale “lei con molta attività e soddisfazione del governo ha pienamente corrisposto a tutte le altre attribuzioni pertinenti alla congregazione. La prego dunque d’intervenirvi e già ho fatto presentire al signor segretario che nella prima sanitaria sessione sia proposto per una importante commissione” e il Cappello “Emo, io dissi, mi faccia la buona grazia: il governo pontificio non si burla forse deì galantuomini e segue a perseguitarli non ostante i perenni e gratuiti servigi renduti anche con pericoli di vita? Rivada V.E. a quanto io e la mia famiglia abbiamo sofferto e soffriamo nella salute e negl’interessi e vedrà chiaramente che la persecuzione è tuttor durevole e permanente” e il cardinale “ella, sia tranquillo che a tutto sarà quanto prima riparato”.
Il figlio come è stato riportato si ammala “attaccato quasi di continuo dalle indomabili confulsioni, si appiccava sovente al mio collo esprimendosi - Papà mio aiutatemi -. Come ognuno può pensare, queste parole mi cagionavano strazio crudele era duopo sforzarmi a celare l’acerbissimo dolore per non accrescere il suo male”.. Lo manda ad Accumoli “ove oltre la purissima salubrità del suolo avrebbe ossuto contribuire a restituirlo in sanità l’amore de’ meii congiunti e quello ancora de’ meii concittadini… Punto non m’ingannai ….e portatemi colà nel luglio…. Trovai il mio figliuolo del tutto sanato..” Pochi mesi prima nel marzo del 38 si era verificata una frana sul Tronto con la comparsa di acque sulfuree. L’opuscolo dal titolo “Discorso sopra un parziale avvallamento del di 2 marzo 1838 presso la valle superiore del fiume Tronto colla comparsa di acque sulfuree preceduto da un breve cenno istorico sul colera di Roma del 1837”, fu letto all’accademia dei Lincei ma non venne pubblicato sul giornale arcadico ma fu consigliato di pubblicarlo all’Aquila nel 1838 in quanto riportava brevemente i fatti accaduti e i nomi dei responsabili nel colera di Roma. L’opuscolo fu inviato dallo stesso Cappello ai membri della curia, ai principali medici di Roma, alle varie accademie ecc. Il racconto del colera certamente non piacque a molti che avevano operato male. Credo che questa azione sia stata di nuovo il motivo di una perdurante censura nei suoi confronti.
Il nuovo segretario della congregazione di sanità chiede spiegazioni su quanto scritto. Il Cappello si cautela chiedendo al principe Odescalchi una lettera nella quale lo invita a portare a conoscenza quanto sa sul colera di Roma: “ mio caro Cappello, ho ricevuto il vostro biglietto in cui mi dite di essere stato richiesto da un magistrato sulla istorica digressione del colera di Roma da voi posta in un vostro lavoro letto all’accademia e pubblicato a L’Aquila….rammento altresì che per l’antica nostra amicizia e per l’interessamento grande che amendue ponevamo perché quel male non penetrasse nella nostra città …….. non mancaste di farmi conoscere quando il colera in provincia di Campagna aveva superato il cordone sanitario. Non intralasciai di dare una tal notizia alla Commissione straordinaria ma dovetti bene avvedermi che per certi intrighi medici già a me noti da qualche tempo non venne una tal notizia curata e si mancarono di dare per una tale ragione quelle provvidenze che all’urgenza del caso erano necessarie. Rammento eziandio che voi subito mi comunicaste e più volte mi ripeteste le reiterate preghiere avanzate al segretario della congregazione speciale di sanità, affinché vi mandasse qualunque minima sanitaria novella intorno al colera di quella provincia, e mi faceste tosto conoscere niente esservi stato partecipato: e che in contrario le relazioni de’ nuovi casi di colera colà avvenuti furono mandati ad altro medico e che per questo non furono messe fuori di comunicazione, né diffidate le provenienze dell’infetta regione, onde mi diceste irreparabile l’introduzione dell’asiatico morbo in Roma. Rammento da ultimo che a me subito comunicaste il caso accaduto all’albergo in vicolo della Guardiola e che senza esitanza avendo voi visitata l’inferma condottovi dal dottr Ruga medico curante lo definiste pel vero colera contagioso. Ricordo di aver detto io tutto con riserba alla commissione, ma trovai che quelli i quali avevano prima posto in osservazione l’albergo, quelli istessi, levata via ogni guardia, dichiararono con medica risoluzione l’inferma albergatrice morta d’infiammazione nel basso ventre; e dall’aver detto alcuni miei colleghi che voi con facilità vedevate il colera quasi in ogni malattia, dovetti convincermi che sempreppiù ferma si faceva quella guerra che da alcuni della facoltà medica vi era stata mossa contro fin da quando generosamente vi eravate portato in Ancona. Ecco in genere quello che mi rammento, e che per verità non ho provato ripugnanza alcuna di confermarvelo in quessto scritto. Credetemi sempre con vera amicizia – vostro affmo amico Pietro principe Odescalchi”
Il Folchi per contraffare il ruolo da lui avuto nel colera di Roma nel 40, pubblica il libro Exercitatio patologica e con doppiezza incredibile lo dedica al Cappello “carissimo medicinae professori Augustino Cappello in amicitiae et observantiae tesseram, auctor” credendo con questo atto che lo zio dimenticasse tutto e rinunziando così alla verità della storia ed all’onor suo ”credendosi con dett’articolo di ricoprire gli altrui ed i proprii gravissimi mancamenti e tutto quello che con zelo ed attività era stato da me praticato in prò dell’incolumità pubblica”.
I migliori medici, avendo conosciuto la vera storia del colera su documenti inoppugnabili esibiti dal Cappello, si schierano con lui avversando il Folchi.
E’ interessante il colloquio che si svolge tra il card. Mattei (segretario di stato agli affari interni) e il Cappello sempre a proposito delle verità sul colera di Roma. Il card. gli dice “lei è canonico, canonico è il sig. Folchi; io sono l’arciprete; ho bisogno de’ loro consigli, per cui ella vede bene quanto sia necessaria l’armonia dei due medici consiglieri della congregazione sanitaria” al che il Cappello “V.E. Rma avrà costantemente osservato essere il mio debole parere unisono a quello del Folchi, eccetto solo quando la di lui opinione è a mio giudizio contraria alla salute pubblica, per la quale sembrami istituita la Congregazione speciale di sanità.” e continuò ”che il divieto di pubblicare gli officiali documenti sopra il colera di Roma, ledeva ancora il mio onore per essere stati promessi e ripromessi al dotto pubblico. Il quale in leggendo l’articolo del Folchi, avrebbe forse taluno ossuto dubitare, ed ignorare almeno quanto era stato da me operato e basato su irrefragabili fatti, che mi era duopo, dopo quell’audace articolo, renderli di pubblica ragione”. Lasciandolo, il cardinale gli dice che il libro lo può benissimo pubblicare fuori dello stato.
Il Cappello aveva promesso nella conferenza ai Lincei che avrebbe pubblicato con più documenti la vera storia del colera di Roma “poiché scrivevo che il tenerli celati, oltre un deciso mancamento alla verità della storia ed un delitto gravissimo verso l’incolumità universale, il silenzio mostrerebbe ai presenti ed ai venturi di poca entità quegli accortissimi e penetrantissimi sanitari provvedimenti del supremo sanitario dicastero, da suoi ministri e da non pochi valorosi medici trionfantemente eseguiti. Chè se per Roma non se ne raggiungeva l’intento, per gli atti officiali risulterebbe chiaramente esser ciò avvenuto non meno per altrui errore che per personale animosità” ma i suoi amici di Bologna, Milano, Pisa non riescono a pubblicarlo per l’intervento della censura.