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Associazione Pro Loco Accumoli (RI)

Poesia per Accumoli

Mura antiche
spesse e fortificate
mura di silenzi
lunghi come secoli
che scorrono ignari
sulla pietra corrosa.
L’arenaria
padrona indiscussa
di ogni palazzo
regala alla terra la sabbia del suo passato.

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Agostino Cappello

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Pietro Ferradini

Il colera ad Ancona


Il colera intanto si era propagato in tutte le regioni lombarde, venete e luoghi confinanti con lo stato pontificio. In data 20 agosto 1836 la segreteria di stato parla del colera di Ancona. Le relazioni che si susseguono non vogliono parlare di colera ma di fenomeni gastrici anche se in presenza di numerose morti. Il 26 agosto appare l’irreparabile. Arriva una staffetta alla Segreteria di Stato con la seguente descrizione. “…la ricca affluenza de’ forestieri era tutta sparita e dal floridissimo commercio era Ancona caduta in una spaventevole miseria e senza speranza di presto trafico non ostante il privilegio di porto franco. Le migliaja di facchini, marinari, ed altre indigenti persone, che ne’ dì’ precedenti traevano giornalieri profitti, neppur un soldo oggi guadagnavano. Essi reputavano autore delle loro miserie il dotto Lorenzini (dinnanzi idolatrato da tutti i ceti), perché con perizia e sagacità non disgiunte da prudenza aveva varii giorni prima sostenuto la presenza dell’indiano flagello. Ma un giovine medico, indegno di questo nome, non solo lo contrariava, ma ciò che sarà di ignominia eterna, aizzava ancora la plebaglia, la quale con contumelie e con indicibili insulti scagliatasi contro quello sventurato, che per sì gravi offese, veniva colpito di colera: esso e sua moglie ne rimanevano lacrimevoli vittime. Riferiva il Fiorenti (Delegato di Ancona) che per cotesti disastri i migliori medici eran fuggiti o nascosti o malati: che il morbo cresceva e con esso i popolari tumulti, che avrebbero rotto in peggio se non fossero stati tenuti a freno dalla truppa. Si imploravano dal governo prontissimi soccorsi ed opportuni provvedimenti.” Viene riunita la Congregazione di sanità e il papa ordina che i due medici Folchi e Carpi si rechino in Ancona e ordina al Cappello di restare a Roma; ma i due si rifiutano ostinatamente; al che il Cappello :”riguardo poi a me, se il pontefice non avesse diversamente ordinato, mi sarei fatto un dovere di portarmi in Ancona”. Il papa avvertito del rifiuto dei due e della parola del Cappello lo autorizza ad andare ad Ancona. Si ferma ad Osimo dove c’era il figlio cadetto della truppa pontificia e giunge ad Ancona accolto come liberatore. Il suo amico medico, Salvatore De Renzi, così gli scrive :” amico carissimo, ……voi nato fuori di Roma e padre di famiglia siete andato a chiudervi per dirigervi il geloso sanitario incarico; sebbene Sua Santità avesse ordinato che restaste in Roma pei vostri savj consigli nella congregazione sanitaria. Che la vostra partenza era avvenuta per essersi al sovrano comando vilmente rifiutati due medici romani più giovani di voi, senza moglie e godenti impieghi del governo anche nel sanitario officio. Sarebbe un grave scandalo se il papa non castigasse severamente cotesti medici……se l’umanità intanto dovea moltissimo al vostro sapere ed alla vostra intrepidezza aggiungete ora novelli titoli alla pubblica riconoscenza .ma nell’esser partito avete somministrato un nobile esempio di coraggio.” Il Cappello si mette subito al lavoro, curando l’organizzazione per rioni e dando attuazione a misure rigide per il contenimento del contagio ed emanando un’istruzione popolare su come comportarsi. Purtroppo malafede e ignoranza erano generali. Non riesce a vietare la processione di penitenza che un monsignore vicario generale (che non credeva al contagio) fece, per placare l’ira celeste, con la gente a piedi scalzi; fatto questo che fece aumentare di molto il contagio. Il Cappello si prodiga nel visitare i malati e contrae il morbo, che si manifesta come lui dice, in dolori lancinanti, freddo, crampi, pochi battiti. Per combatterlo fa frizioni calde, grosse lane riscaldate in tutta la periferia del corpo, pozioni calde di camomilla, di menta, lavaggi di acqua di riso. Così prosegue: “dotato io di sanguigno temperamento e nell’età di anni 53 e veduto collo specchio arrossato il viso, prego il mio compagno signor dott. Viola, piuttostochè dal braccio, trarmi abbondante sangue dal piede, che in giornata feci ripetere una seconda volta…… una sete ardente inestinguibile fu socia al morbo per nove dì andati; in modo tale che avevo assoluto bisogno di bere circa una libra di acqua gelata ed acidula in ogni quattro o cinque minuti……Lo avere costantemente serbate illese le funzioni intellettuali, fu precipua cagione che io non restassi vittima del morbo……la malattia decrebbe di giorno in giorno e verso la terza settimana assunse l’indole di gastrica benigna…” In questo periodo riceve numerose lettere dei tanti suoi amici che testimoniano tutta la loro partecipazione alle sue sventure e a quelle della città ma escono anche notizie incontrollate come quelle della sua morte che giunge a Roma, mettendo nel dolore il figlio. Una serie continua di dispiaceri continua ad attraversare la sua vita. Sebbene convalescente torna alle riunioni del Comitato e con stupore e rammarico apprende che i regolamenti da lui emanati erano stati rimossi perché da Roma era arrivato l’assenso per allentare le misure sanitarie, dietro richiesta del comitato di Ancona. Scopre che tale assenso è stato dato da Giacomo Folchi, lo stesso che aveva rifiutato di andare ad Ancona su ordine del papa e che per questo rifiuto non era stato preso alcun provvedimento, anzi …... Così mentre i regolamenti scritti nel 35 dal Cappello e approvati da tutta la congregazione di sanità erano validi per Roma per impedire l’ingresso del colera, ad Ancona venivano annullati in presenza del colera stesso. In tutta la sua drammaticità appare la doppiezza del Folchi e degli altri personaggi che con lui tramavano contro. Contro le sue idee, i molti dicono che il morbo è passato e che intendono ringraziare la Vergine con una grandiosa processione. Il che avvenne e il colera di nuovo esplode. A seguito dei rigidi provvedimenti presi dal Comitato il Cappello veniva indicato da tutti come l’uomo da eliminare perché essendo stato nominato “direttore sanitario ”proibiva la libera comunicazione in città e si volgeva contro di lui una campagna di odio. Furono affissi alle mura del teatro ed in altri luoghi, cartelli con caratteri cubitali nei quali era scritto: “il dottor Cappello è condannato a morte dal tribunale della ragione!!!” Durante un sopralluogo fuori Ancona, gli sbarrano la strada e cercano di gettarlo nel fiume; si salva per un suo gesto rapido che simula l’avere un arma. Nel comitato di salute pubblica alcuni personaggi boicottano i suoi regolamenti, anzi questi vengono usati per fare il contrario. La disinfestazione generale della città viene affidata ad un medico che trascura le istruzioni, terminate le quali ci doveva essere un periodo di osservazione di 14 dì, dopo i quali Ancona sarebbe stata rimessa in libertà. Il Cappello viene chiamato dal presidente del comitato che lo invita a firmare gli atti di disinfestazione per inviarli alla segreteria di stato. Fidandosi delle assicurazioni fornite dal presidente, il Cappello firma e uscendo incontra il comandante del lazzaretto che lo avverte che le disinfestazioni non erano state praticate. Il Cappello denuncia la situazione, costringe il delegato a procedere ad una nuova disinfestazione e a controllare che le operazioni siano fatte a regole d’arte. Nella notte del 16 novembre si salva da un attentato. Rientrando a notte tarda a casa con amici che lo accompagnavano, mentre apre la porta, un uomo si lancia su di lui. Gli amici bloccano l’uomo. La mattina dopo lungo le scale viene trovano un pugnale. Tralasciando le alterne vicende, si arriva finalmente a togliere il cordone sanitario nel 1836 e il gonfaloniere di Ancona Vincenzo Fagiani indirizza a Cappello la seguente lettera: “…..se il cielo pe’ suoi giusti giudizii volle percuotere questa sventurata città col terribile flagello del colera asiatico, non tralasciò nella sua misericordia di procurarle non lieve risorsa coll’avere ispirato alla beneficenza sovrana la missione di Vostra Signoria Illma a recarne il principale presidio colla sua dottrina ed esperienza nell’arte salutare. E ben se ne avvide la città tutta fin dai primi giorni del giungere suo allorché ella mirò dedicarsi prontamente non meno che indefessamente e ai provvedimenti della medica polizia generale ed alla assistenza di molti infermi che nella scarsezza dei professori imploravano il di lei soccorso, tantochè ella stessa dovette sperimentare i malefici effetti dal morbo che ne avea invaso ed infermare gravemente. Chè se quella disastrosa combinazione privò la nostra popolazione di uno de’ più valevoli appoggi a quel grand’uopo, non è men vero, che da quanto vostra Signoria Illma operò in quei giorni, si può giudicare di quanto avrebbe operato; se al cielo fosse piaciuto di conservarla in buona salute. Come non è men vero che ritornato in sanità si prestò con sommo studio a conciliare l’interesse di questo disgraziato paese, bisognoso di essere prontamente sollevato dal rigore delle discipline sanitarie con la incolumità delle città vicine e colle paterne mire del governo sul difendere l’incolumità medesima, esponendo sinceramente a questo la nuova ricuperata pubblica salute, e curando con tutti i modi, che la nuova ordinata disinfezione con apposita commissione da lei presieduta, fosse condotta a quella perfezione che non lasciasse luogo ad ulteriori desiderj. Grata pertanto la città tutta le ne porge col mezzo della sua magistratura i più vivi ringraziamenti, mentre facendo anch’io altrettanto nel mio particolare, mi protesto con speciale stima. Il gonfaloniere Vincenzo Fabiani-Serafini” Ritorno a Roma da Ancona Ai pubblici elogi fatti al Cappello dal papa stesso e dalla segreteria di stato si contrappone la loro freddezza nel riceverlo, appena tornato a Roma. La spiegazione può risiedere nel fatto che alla segreteria di stato è chiamato il cardinale Lambruschini, uomo ultraconservatore che non tollera le idee liberali e per 10 anni comanderà lo stato pontificio. Sotto il suo comando aumenterà l’inquisizione, il ruolo della polizia e la censura. E’ di tutta evidenza che il Folchi ha terreno fertile per screditarlo. E i fatti riportati dal Cappello lo dimostrano: l’aver fatto togliere i cordoni sanitari ad Ancona e per mezzo della congregazione di sanità avergli corrisposto un minor compenso rispetto agli altri medici. Di questo fatto ne è testimone il prof. Nicola de Angelis professore di veterinaria nell’Archiginnaio romano il quale, essendo amico del cardinale Gamberini, così scrive al Cappello: “eccellentissimo signor dottore, ho provato propriamente un piacere grande per le belle cose ridettemi dall’emo signor cardinal Gamberini che il Santo Padre ed esso sono contentissimi delle sue operazioni. Io però nel sentir ripetere l’altro ieri verso di lei i suoi grandi elogi gli dissi che a buoni conti aveva lei ricevuta un’indegna mortificazione da questo collegio medico. Il signor cardinale mi rispose “altro che medico di collegio, più grandi onori e generose ricompense avrà il dottor Cappello” ed io me ne rallegro infinitamente…..” Il dispiacere di Cappello e l’umiliazione subita racconta: “….questo accennato oltraggio, che ognuno riputava che sarebbe in altri modi riparato dopo le tante promesse, oltre quei larghi emolumenti più volte superiormente discorsi. Ma il riparo fu un perfetto obblio ed il più indegno che possa mai imaginarsi…..” Si accorge dell’odio che nutre per lui il Folchi “” l’odio era essenzialmente derivato, dacchè oneste persone e qualche medico giornale, nel prodigarmi elogi avevano altamente biasimato il di lui rifiuto di portarsi inAncona al comando del papa, il quale si diceva per certo nella stessa corte che lo avrebbe esemplarmente punito. Avvenuto peì soliti raggiri totalmente l’opposto, dopo pochi dì della mia gita in quella città era tornato in pieno favore del governo.la prima sua operazione fu quella di consigliare la sospensione dei regolamente sanitari con tanto detrimento della città di Ancona…” Ma sentiamo di nuovo il Cappello:” un altro volume ancora potrei io formare se tutte le lettere e suppliche a me dirette in quest’epoca da medici e da impiegati rendessi di pubblico dritto. Questi signori, taluni de’ quali meritevoli di onorevoli rimunerazioni, credevano che una mia parola, una mia commendatizia al governo pontificio fosse per esso un sagro dovere di soddisfare ai loro voti. Propenso io a fare il più possibilmente del bene, procurai dal canto mio di praticare i dovuti offici a prò loro: e con pacato animo tacqui ad essi la freddezza e l’ingratitudine del governo in quella circostanza verso di me tenuta, e ciò che è peggio incessantemente continuata….” Al card. Gamberini (penso il solo cardinale che lo sostiene ma non ha il necessario potere) il Cappello gli comunica che si vuole dimettere dalla congregazione di sanità ma il cardinale : “mi pregò caldamente di restare:altrimenti avrei dato il più gran piacere ai miei pochi malevoli; d’altronte esso nutriva sicura fidanza che il papa avrebbe onorevolmente retribuite le miei fatiche non ostante la invidia e gli intrighi di ogni sorta contro di me per opera di qualche influente mio avversario. Io risposi che non avevo mai recato male ad alcuno; e solo qualche volta avevo dovuto difendermi per mantener salda la mia fama e l’onor mio”. La commissione d’incolumità istituita a Roma, chiamò il Cappello a farne parte ma rinunciò su consiglio del card. Gamberini. Il principe Odescalchi, membro di questa commissione e anche presidente dell’accademia dei Lincei riferì al Cappello che il prof. Folchi ed i suoi amici congiuravano contro di lui: “nessuna fu quindi la sorpresa mia, allorché quest’illustre principe dopo pochi giorni di quel colloquio mi disse, che con moltissimo suo stupore osservava, che con ogni medico studio si cercava non solo per Roma, ma eziandio presso la Commissione d’incolumità di mettere in discredito me e l’onorate fatiche mie: crebbero le sue maraviglie quando seppe che poco dopo il mio ritorno di Ancona, il signor professor Folchi in casa del signor principe di Roviano, ove si teneva una sanitaria sessione per il pubblico mattatojo, si vantò meco che egli ed i suoi amici e colleghi avevano congiurato e congiuravano a danno mio: alle quali parole avevo io risposto col massimo spregio”.

 

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